Jim Jones, avere vent’anni.
Aug 4th, 2010 | By NerdsAttack.net | Category: EditorialeNon ricordo che giorno della settimana fosse. Ma ricordo i miei vent’anni e quella lunga fila all’entrata del glorioso Tendastrisce sulla Cristoforo Colombo. Il 9 novembre del 1991. Una fila subita anche nel piccolo parcheggio di fianco al tendone, gestito da un abusivo uscito direttamente da qualche romanzo criminale. Io in quel periodo ai concerti andavo da solo. Escludevo il fardello di dover spiegare ad un amico il “tipo” di musica di quel gruppo o di quell’artista che sarei andato a vedere… con lui. Io in quel periodo guidavo una Regata di seconda mano. Nel senso che la prima (di mano) era stata quella di mio padre. Verde metallizzato. Un macchinone per un ragazzo di vent’anni. Quella sera indossavo il mio fedele chiodo di jeans, nero, dell’Harley Davidson. Cosa altro avessi addosso, beh scusate, non lo ricordo affatto.
I Cult di Ian Astbury e Billy Duffy tornavano a Roma dopo la felice sortita alla “scalinata dell’EUR” di circa quattro anni prima (1987). Quando i Cult erano un attraente ibrido goth wave per il numerosissimo sottobosco dark della città, seppur avessero appena “svoltato” con ‘Electric’. I Cult di ‘Ceremony’ - che seguiva ‘Sonic Temple’ - già, forse, non piacevano più. E a dimostrare questa tesi, quella sera parlava assai chiaro la grande varietà di pubblico accorso. Dal padre di famiglia con sulle spalle il proprio pargolo, dall’immancabile schiera di metallari, dal popolo affiliato coi vampiri, dal sottoscritto, dal punk sdrucito, dal semplice curioso.
I Cult non delusero ma neanche entusiasmarono. Ma ciò che rimase marchiato a fuoco nella testa, una volta uscito dal Tendastrisce, fu il gruppo d’apertura. Del quale si diceva un gran bene, e del quale mi ero perso il primo attracco romano qualche mese prima allo storico Evolution Club (qualcuno là fuori se lo ricorda vero?). Quel gruppo erano Thee Hypnotics. Un quartetto proveniente da un paesetto verde buco di culo nel Buckinghamshire. Una cazzo di band inglese che suonava come una macchina da guerra yankee. Che non mi aveva fatto dormire da quando ‘Justice In Freedom’ aveva arroventato testa, spirito e stereo. La band era guidata da Jim Jones (che leggenda vuole venne chiamato dai Lords Of The New Church per sostituire il povero Stiv Bators). Prima del new sound of Detroit, prima del revivalismo lisergico californiano, prima di tutto. Pensate agli Stooges ad una festa per i 18 anni con Blue Cheer, Cream, Rolling Stones e Pretty Things (due membri della straordinaria band britannica entrano alla corte di Jones dopo l’uscita del primo ‘Come Down Heavy’), pensate alla psichedelia che può uscire dalle vene soul funk di Sly Stone. Pensate a quella sera. Gli Hypnotics rubarono la scena e non solo quella. Jim Jones tenne incollato il gruppo dopo varie vicissitudini (anche tragiche) fino a circa tutto il 1994. Dopo il terzo ‘The Very Crystal Speed Machine’ prodotto da Chris Robinson dei Black Crowes per il guru Rick Rubin.
Undici anni dopo. 9 maggio 2002. Ritrovo Jim Jones a Roma. Alla guida della sua nuova creatura: Black Moses. La cornice è quella del “vecchio” Blackout. L’occasione una video-intervista da realizzare con il compare Bonini. Anche questa volta è una sera mite. Spiccano appena dentro l’entrata gli enormi manifesti del gruppo spalla. Sono gli irlandesi Gorilla (che tre anni dopo ritroveremo al Circolo - leggi) che come ci raccontano prendono il nome da un disco della mai troppo incensata Bonzo Dog Doo-Dah Band. Ma soprattutto raccolgono il furore blues rock dei Taste e dell’enorme Rory Gallagher. Il pubblico non c’è. O meglio, alla fine, saremo più o meno una cinquantina di unità. E’ una brutta era di passaggio questa. Che sta lentamente volgendo ai nuovi fenomeni giovanilistici (il debutto degli Strokes è arrivato solo qualche mese prima). Processo irreversibile. Jim Jones e i suoi due compari hanno appena esordito con ‘Emperor Deb’. Mistura focosa quanto smooth che tocca gli MC5, il soul e il funk. Sono nel camerino. Un pochino scontenti dell’affluenza, che di lì a poco, si rivelerà per loro una grande delusione. Il tasto play è pigiato e Jones comincia a parlare del suo passato, dell’avvicinamento al presente, di quello che sarà il futuro (che includerà tre anni dopo l’epitaffio ‘Royal Stink’). Qualche risata, l’argomento Italia, il rock’n'roll. Jones è una vera star. Perchè lui è un predestinato. Il giubbotto di pelle, le basette di qualche centimetro, quella camicia vintage. Sono tutte cose autentiche. Come il cazzuto sound che tireranno fuori sul palco qualche minuto dopo. Seppur vistosamente toccati da una sala pressochè deserta.
Sei anni dopo. Ritrovo per caso il nome di Jim Jones associato a Revue. Il buon sangue non mente (mai). Questo dannato rocker è ancora in giro. E questa volta l’ispirazione della sua proposta torna indietro direttamente alle radici del genere. Da Jerry Lee Lewis al blues bianco, dal rockabilly sparato in orbita a mille, al suono sporco del peggior garage in circolazione a quel tempo (i Monks). The Jim Jones Revue e due album usciti in un compresso lasso di tempo. Come si faceva una volta. E’ passata una vita da quei miei vent’anni. Ma il legame con Jim Jones sembra quello che non ti fa perdere di vista un grande amico. Il fuoco non è ancora spento.
Il 6 settembre ecco arrivare il nuovo album ‘Burning The House Down’ via Punk Rock Blues Records / [PIAS] Recordings, anticipato dal singolo (e nuovo video - guarda) ‘High Horse’. La produzione è stata affidata al prode-mefistofelico Jim Sclavunos (Nick Cave’s Bad Seeds/Grinderman). Da ottobre tour UK e poi via con l’Europa.
Emanuele Tamagnini










complimenti per il pezzo
semplicemente la più devastante rnr band attualmente sul pianeta Terra.